Il boscaiolo
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IL TAGLIO

Uno dei lavori più impegnativi, per il quale era richiesta una maggiore esperienza e professionalità, era quello dell'abbattimento degli alberi.

I borér si disponevano a coppie intorno alle piante martellate dall'autorità forestale. Prima di iniziare il taglio, levavano la corteccia fino all'altezza che potevano raggiungere con la scure. Decidevano poi in quale punto far cadere la pianta senza danneggiare quelle circostanti. Si disponevano uno di fronte all'altro su due lati opposti del tronco e segnavano la circonferenza orizzontale che dovevano seguire per potersi incontrare con due tagli al centro della bora. Tale circonferenza doveva essere più vicina possibile al terreno, per lasciare una ceppia bassa e conforme alle disposizioni forestali. Era necessario che il taglio di uno dei due borér fosse rivolto verso la direzione che la pianta doveva seguire nella sua caduta. Cominciava quindi il lavoro di abbattimento. Le due scuri cadevano ritmicamente sul tronco facendo saltar via ogni volta un pezzo di legno e producevano due incisioni triangolari che affondavano sempre di più verso l'interno.
Cadevano sempre con grande precisione.
 
I due tagli triangolari opposti sulla "bora".

Man mano che il lavoro procedeva, il taglio veniva allargato verso l'alto, mentre in basso si seguiva sempre la stessa linea orizzontale.Quando le due ampie incisioni stavano per incontrarsi, sospendevano il lavoro e controllavano la direzione di caduta. Ora il gigante stava diritto come una candela, sospeso ad un sottile "nervo" centrale dello spessore di due centimetri o poco più. Pareva impossibile che quel sottile strato di legno riuscisse a tenere in piedi una massa enorme. Bastava ora un solo colpo di scure per far cadere il gigante, ma il colpo doveva essere dato nel punto giusto, quel punto che i borér stavano studiando con attenzione. La scure si abbatteva. Il grande albero si inclinava leggermente e silenziosamente, poi aumentava la velocità, si infilava nello spazio vuoto fra gli alberi circostanti, precipitava al suolo con rumore di rami che si schiantavano e col crepitio del nervo che si rompeva sulla ceppaia. La pianta giaceva al suolo inerte, incastrata fra quelle vicine. Non si comprendeva come avesse potuto incunearsi in quel poco spazio senza arrecare danni.

C'erano casi nei quali l'albero si presentava inclinato, ma, per non danneggiare altre piante, si doveva decidere di farlo cadere proprio dalla parte opposta a quella dell'inclinazione. Sembrava una cosa irrealizzabile, specialmente per piante molto grosse e alte. Ma i borér conoscevano il sistema per vincere la resistenza di quella gran massa inclinata. Invece di fare due incisioni allo stesso livello, che si incontrassero al centro, tenevano più basso il taglio dalla parte opposta a quella dell'inclinazione. Alla fine, con un po' di spinta, l'albero si raddrizzava in piedi e poi cadeva nel punto che era stato prescelto.
Dopo l'abbattimento, bisognava sramare e scortecciare e queste due operazioni erano le più lente. Se in una mezz'ora si era abbattuta una pianta, ne occorreva almeno una per ripulirla. Usando la scure larga si tagliavano i rami. La punta dell'albero (cimal) non veniva sramata. La si lasciava come era fino all'autunno, quando si sarebbe fatta la sezionatura. In questo modo continuava la traspirazione e le bore restavano più leggere.
 

Come vengono eseguiti i due tagli per far cadere un albero inclinato

In autunno, i tronchi venivano sezionati usando il segù (segone). La lunghezza tradizionale delle bore era di quattro metri, ma, se il tronco era particolarmente bello, cioè se si presentava quasi cilindrico, con piccole differenze di diametri alle due estremità, si tagliavano bore più lunghe, le così dette piane, che potevano essere dai cinque ai 15 metri. Da esse si ricavavano travi.
Finita la sezionatura, c'era la misurazione da parte del Comune e dell'autorità forestale.
In seguito si cominciava quel lavoro difficile ed impegnativo che era l'abbassamento a valle dei tronchi per mezzo di speciali condotte.


(sintesi da: Delio Brigà, La fata Gavardina, Publiprint Editrice)