Testimonianza di Giuseppe Gabin

L'ufficiale italiano Giuseppe Gabbin così racconta della morte del suo attendendente, il soldato Giuseppe Sabatini, caduto nella notte tra il 25 e il 26 agosto, in uno scontro con gli avamposti austriaci avvenuto sulle montagne a nord di Cimego.
Sono partito con tre bersaglieri, compreso il mio ottimo attendente. Alle due passavo l'ultimo dei nostri posti avanzati e bisognava dunque incominciare a muoversi con molta circospezione...C'era il pericolo delle mine, quindi bisognava tastare bene il terreno prima di mettere un piede. Sono rimasto un po' ad osservare col binocolo, ma per vedere tutto il paese dovevo fare altri trenta metri avanti. Ne avevo fatti venti, quando scorsi un piccolo casottino fatto di rami. Ho subito fatto segno ai miei d'appiazzarsi e stavo per fare un passo indietro, quando partì un primo colpo ma così vicino ch'io credevo l'avesse sparato il mio attendente, ch'era in coda; poi un secondo, un terzo, quindi una salve di squadra. Erano non meno di 15 nemici che ci sparavano dall'alto, al nostro lato destro e quasi alle spalle, bene appiazzati in un bosco fittissimo d'arbusti e protetti da un muricciolo. Una pallottola portò via il cappello al Cremonese (un certo Bernabè); un terzo colpo mi fece saltare il piumetto e mi son sentito bruciar la tempia...
Abbiamo subito risposto, abbiamo cercato di resistere (ero armato di fucile anch'io e t'assicuro che qualcuno dei miei colpi dev'essere andato a segno), ma visto che avanzavano ai lati per prenderci, bisognava ripiegare. Si ripiegò passando da un albero all'altro e continuando a sparare, ma fatti così 10 metri al coperto, eravamo giunti al limite del bosco e bisognava attraversare un prato lungo 300 metri. Era una follia! Ma posto il dilemma: o il tentativo pazzo, o una morte certa abbiamo scelto il primo ed io voltomi, dopo aver sparato un ultimo colpo segui i miei tre bersaglieri che volavano. In mezzo al prato c'è una casa e ne approfittammo per fare un'altra scarica. Avanzammo sparando continuamente; bisognava quindi fare l'altra metà del prato per raggiungere l'altra parte del bosco e aspettarli lì... Da quella parte il prato era limitato da una siepe a gelosia, una mulattiera ed un'altra siepe; saltammo tutto (le siepi erano alte più di un metro), ma siamo andati a precipitare in un burrone. Chiusi gli occhi e feci così un centinaio di metri ruzzolando con la testa in giù, sbattuto da un cespuglio all'altro. Sabatini però (il mio attendente) non riuscì d'un salto a passar tutte e due le siepi e la strada; rimase un attimo a cavalcioni della seconda siepe ed un proiettile gli perforò l'addome, entrando dal fianco destro, uscendo due centimetri sotto l'ombelico.
(S. R. Franceschetti - D. Vecchiato - G. Zanon, L'epistolario di Giuseppe Gabbin. Una testimonianza della Grande Guerra dal fronte delle Giudicarie, a cura di M. Zulberti, ricerca presentata alla sesta edizione del "Premio Giuseppe Papaleoni", manoscritto depositato presso il Centro Studi Judicaria di Tione, pag. 29 ss.)
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