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Il Rocolo

di Giovedì, 19 Giugno 2014
Immagine decorativa

Lo si raggiunge dopo aver sostato nell'ampia e bellissima piana di Malga Caino, subito sotto il calcinaio (fase discendente del persorso). Non è ancora ultimato, ma già dalla sua struttura di base presente fin d'ora è facile intuire lo scopo per cui era stato costruito: praticare l'uccellagione, ovvero catturare gli uccelli senza far uso di armi.
In uso da secoli (forse già nel Cinquecento), i roccoli consentivano di fermare un grande numero di volatili e venivano costruiti nelle zone interessate da consistenti flussi migratori.

Erano costituiti da un pergolato per lo più di forma circolare, predisposto in modo da mimetizzare le reti che sono tese al suo interno. Nell'area delimitata dal pergolato erano fatti crescere dei cespugli e degli alberi, potati in modo da rimanere piuttosto bassi e facendo crescere le foglie solo sulla cima. Venivano poi fissati dei rami secchi che spiccano sul resto della vegetazione.
Nelle vicinanze si trovava infine una costruzione- riparo in cui si nascondevano gli uccellatori. Allorché cominciava il passaggio delle specie migratrici, all'inizio di settembre, e poi un giorno dopo l'altro fino al mese di novembre, c'era chi si recava al roccolo quando ancora era buio e cominciava a preparare il luogo.
Collocava le gabbie con i richiami, uccelli che venivano allevati con cura e tenuti al buio durante tutta l'estate per farli cantare nel periodo della caccia con la stessa intensità del canto di primavera; sistemava gli zimbelli, uccelli tenuti in un'imbragatura di cuoio, che, tramite un sistema di fili, erano poi fatti rialzare in volo per poi riatterrare velocemente al momento del passo dei migratori.
Gli zimbelli dovevano essere mossi con molta perizia, in modo da ingannare i loro simili attirandoli nel roccolo in cerca di nutrimento. Muovere gli zimbelli in ritardo significava allarmare lo stormo e perdere così la preda.
I volatili, che cominciavano a passare alle prime luci dell'alba, venivano attirati dai richiami e dagli zimbelli e si posavano sui rami secchi. E' questo il momento in cui l'uccellatore, posto all'interno del capanno, imitava il fischio di un rapace e azionava lo spauracchio, (una lunga pertica con uno straccio nero in cima che simulava un grande predatore in volo o, più semplicemente, una racchetta di vimini intrecciata che veniva lanciata in aria). Gli uccelli che si trovavano all'interno del roccolo, spaventati, cercavano di fuggire e rimanevano impigliati nelle reti, dove rapidamente erano recuperati dagli altri roccolanti.
Le vittime, di cui si riempivano cesti interi, venivano portate al mercato e poi lì vendute. Gli uccelli più piccoli finivano sulle tavole dei golosi, succulento accompagnamento di un piatto di polenta; gli esemplari di maggior dimensioni erano mantenuti in vita perché ricercati dai cacciatori, che avevano bisogno di richiami per poter praticare a loro volta qualche forma di uccellagione.
Così fino al 1968. Poi l'inattività forzata, dovuta alla proibizione di ogni forma di uccellagione.